Nel mondo dello sport l’ammortizzazione delle scarpe è da anni al centro di un dibattito acceso.
C’è chi la considera un alleato indispensabile per proteggere articolazioni e muscoli e chi invece le imputa la mancanza di reattività del passo, rallentando la performance.
La domanda, apparentemente semplice, è: gli inserti ammortizzanti nelle scarpe sportive migliorano o peggiorano le prestazioni?
La risposta, supportata dalla letteratura scientifica, è meno netta di quanto si pensi.
Non esiste un sì o un no valido per tutti, la verità sta nel mezzo e dipende da una serie di fattori: tipo di sport, distanza, velocità, biomeccanica individuale, materiali utilizzati e obiettivi dell’atleta.
Per capire davvero l’impatto dell’ammortizzazione sulla performance sportiva, è necessario partire dalle basi.
Cosa si intende davvero per performance sportiva?
Quando si parla di “performance” si intende il risultato di più elementi che lavorano insieme:
- Economia di corsa (running economy): quanta energia o ossigeno serve per mantenere una determinata velocità
- Efficienza biomeccanica: come il corpo gestisce forze, impatti e movimenti
- Resistenza alla fatica: capacità di sostenere uno sforzo nel tempo
- Comfort e percezione dello sforzo
- Continuità dell’allenamento, influenzata dal rischio di infortuni
L’ammortizzazione entra in gioco in tutti questi aspetti, ma non sempre nello stesso modo.
Cos’è l’ammortizzazione nelle scarpe sportive
Con il termine ammortizzazione si indica la capacità della scarpa di assorbire parte delle forze generate dall’impatto con il suolo.
Durante la corsa, ogni appoggio può generare forze pari a due o tre volte il peso corporeo.
I materiali ammortizzanti – schiume, inserti in gel, elastomeri o sistemi proprietari – hanno lo scopo di:
- ridurre i picchi di impatto
- distribuire meglio le forze
- limitare lo stress su muscoli, tendini e articolazioni
Accanto all’assorbimento dell’urto, negli ultimi anni si è parlato sempre più di ritorno energetico: la capacità di alcuni materiali di restituire una parte dell’energia immagazzinata durante la fase di contatto con il suolo.
Ed è proprio qui che nasce il nodo centrale del dibattito.
Cosa dice la scienza
Diversi studi hanno analizzato il rapporto tra caratteristiche delle scarpe e consumo energetico. Uno dei parametri più utilizzati è il VO₂, ovvero il consumo di ossigeno a una determinata velocità.
Ricerche pubblicate su Journal of Sports Sciences e Medicine & Science in Sports & Exercise hanno dimostrato che scarpe dotate di materiali con alto ritorno energetico possono migliorare l’economia di corsa, riducendo il consumo di ossigeno a parità di velocità (Hoogkamer et al., 2016; Barnes & Kilding, 2019).
In altre parole alcune scarpe ammortizzate permettono di correre allo stesso ritmo consumando meno energia.
Ma attenzione, non è l’ammortizzazione “morbida” in sé a produrre questo effetto, bensì la combinazione tra: materiali avanzati, geometria della suola, rigidità longitudinale e peso complessivo della scarpa.
Il peso della scarpa
Uno dei dati più solidi nella letteratura scientifica riguarda il peso, infatti, aumentare il peso della scarpa peggiora l’economia di corsa.
Una meta-analisi pubblicata su Scientific Reports ha evidenziato che ogni incremento di circa 100 grammi per scarpa può aumentare il costo energetico della corsa di circa l’1% (Fuller et al., 2023).
Questo significa che:
- una scarpa molto ammortizzata ma pesante può risultare controproducente
- una scarpa leggera, anche con ammortizzazione moderata, può essere più efficiente
Il problema non è quindi l’ammortizzazione in sé, ma quanto “costa” in termini di peso e controllo del movimento.
Impatto biomeccanico
Dal punto di vista biomeccanico, le scarpe ammortizzate mostrano effetti chiari, riducendo:
- il picco di forza verticale
- la velocità di caricamento dell’impatto
- alcune sollecitazioni su ginocchia e caviglie
Meno stress meccanico non significa automaticamente più velocità, ma spesso significa maggiore continuità di allenamento, e quindi migliori prestazioni nel medio-lungo periodo.
Il salto prestazionale
Negli ultimi anni, l’introduzione delle cosiddette super shoes ha cambiato radicalmente lo scenario. Schiume ultraleggere, piastre in fibra di carbonio e geometrie aggressive hanno mostrato miglioramenti misurabili nella performance, soprattutto sulle lunghe distanze.
Diversi studi peer-reviewed hanno confermato miglioramenti dell’economia di corsa e riduzione della fatica muscolare.
Il punto chiave è che questi benefici non derivano solo dall’ammortizzazione, ma da una progettazione complessiva orientata all’efficienza biomeccanica.
Non mancano però i casi in cui troppa ammortizzazione diventa un limite.
Scarpe eccessivamente morbide o instabili possono infatti ridurre la percezione del terreno, peggiorare la propriocezione e diminuire la reattività del passo.
Negli sport multidirezionali, l’ammortizzazione deve essere bilanciata con stabilità laterale, controllo del piede e rapidità di cambio direzione.
Nel trail running o nelle ultradistanze, invece, una buona ammortizzazione aiuta a gestire gli impatti ripetuti, i terreni duri o irregolari e l’affaticamento prolungato
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